Elegia americana

Elegia americana

Elegia americana (Hillbilly Elegy, letteralmente "Elegia dello stupido della collina) è un film del 2020 diretto da Ron Howard e interpretato da Gabriel Basso nel ruolo di J.D. Vance e Amy Adams e Glenn Close, rispettivamente nei ruoli della madre e della nonna materna dello stesso J.D. Vance.

Il film è l'adattamento cinematografico dell'omonimo e controverso libro di memorie del 2016 di J. D. Vance, scrittore e politico repubblicano, vicepresidente dal 2025 durante la seconda presidenza di Donald Trump.

La pellicola vorrebbe raccontare la dura realtà della classe operaia americana, ma in molti tratti finisce per perdersi tra stereotipi e una narrazione non sempre incisiva, che ha comunque il pregio di portare in evidenza le tante contraddizioni della società americana, dall'assistenza sociale a quella sanitaria, dalla possibilità della scalata sociale sino ai devastanti effetti della crisi economica e industriale, cha ha colpito gli stati della cosiddetta "rust belt", la regione compresa tra i monti Appalachi settentrionali e i Grandi Laghi, un tempo cuore dell'industria pesante statunitense.

La trama: un viaggio nei ricordi di J.D. Vance

J.D. Vance (Gabriel Basso) è uno studente di giurisprudenza a Yale, sul punto di ottenere un impiego professionale prestigioso ma riceve una telefonata che lo informa del peggioramento delle condizioni di sua madre Bev (Amy Adams), segnata dalla tossicodipendenza e dall'essere una giovane madre single.

J.D torna nella sua città natale in Ohio e nell'ambiente familiare da cui ha cercato di affrancarsi e il viaggio diventa un'occasione per ripercorrere la sua infanzia segnata dalla povertà, dagli abusi e dalla lotta per emergere. Centrale nella sua vita è la nonna Mamaw (Glenn Close), una donna dura ma amorevole, che cerca di salvarlo dal destino che sembra già scritto per lui e contribuisce a fargi comprendere e accettare la propria famiglia.

Le interpretazioni: il punto di forza del film

Il film è stato pesantemente stroncato dalla critica statunitense, anche se la maggior parte delle recensioni ga apprezzato le interpretazioni delle protagoniste ed in particolar modo quella di Glenn Close, che è stata candidata per il suo ruolo all'Oscar, allo Screen Actors Guild Awards, al Golden Globe, al Critics' Choice Awards e al Nevada Film Critics Society Awards come migliore attrice non protagonista.

Glenn Close è straordinaria nel ruolo della nonna Mamaw: la sua interpretazione è intensa e carismatica, capace di trasmettere sia il lato ruvido che quello più protettivo del personaggio. Anche Amy Adams si impegna con dedizione nel ruolo della madre tossicodipendente, ma il suo personaggio è scritto in modo troppo esasperato, rendendo difficile trovare un vero equilibrio tra vulnerabilità e dramma.

Una regia priva di mordente

Ron Howard è un regista solido, ma qui si limita a un approccio convenzionale, privo di una visione artistica incisiva. Il film si sviluppa attraverso continui flashback che, invece di dare profondità, appesantiscono il ritmo e rendono la narrazione ripetitiva. Il problema principale è che "Elegia americana" non riesce mai a decidere se vuole essere un ritratto sociale o una storia di riscatto individuale, finendo per risultare indeciso e poco incisivo.

Un’occasione sprecata per un tema complesso

Il film avrebbe potuto offrire una riflessione più sfaccettata sulle condizioni economiche e sociali della Rust Belt, ma si accontenta di una narrazione che punta più sul sentimentalismo che sull’analisi. Il risultato è un’opera che oscilla tra il melodramma e la retorica del sogno americano, senza mai affondare davvero il colpo.

Un film non imperdibile, ma comunque da vedere

Nonostante le ottime interpretazioni, "Elegia americana" lascia la sensazione di una storia affidata più alla forza della recitazione che alla solidità della sceneggiatura; la pellicola scorre per quasi due ore senza dispiacere, ma senza neppure entusiasmare, eccezion fatta per le già citate prove attoriali di Glenn Close e Amy Adams.

Risulta comunque interessante per riflettere sulle possibilità del "sogno americano" in cui ogni uomo può essere artefice del proprio destino. Oggi quel ragazzo proveniente da una famiglia povera e segnata da lutti e povertà, a quarant'anni, è il vicepresidente degli Stati Uniti d'America, e guardando la nostra classe politica il paragone è a dir poco impietoso.