“Giotto era il nonno di Banksy”: Il segno che sfida i secoli

“Giotto era il nonno di Banksy”: Il segno che sfida i secoli

C’è una provocazione fin troppo schietta nel titolo scelto dal curatore Bruno Ialuna per la grande esposizione ospitata al Mo.C.A. (Montecatini Terme Contemporary Art).


Giotto era il nonno di Banksy. Siamo al mondo per lasciare un segno” suona quasi come un claim pubblicitario o uno slogan pop.

Ma bastano pochi passi all'interno delle sale dello storico palazzo comunale per comprendere che ci si trova di fronte a una delle operazioni espositive più lucide, coraggiose e viscerali degli ultimi anni, che ti cattura e ti fa dimenticare perfino il caldo di agosto e la mancanza di aria condizionata nelle sale destinate alla esposizione.

Con buona pace di graffitari ed hip-hopper, la mostra afferma una tesi originale ma non troppo: l’arte urbana non è nata nei sobborghi di New York negli anni Settanta, e nemmeno nei vicoli cupi di Bristol con le bombolette stencil di Banksy. L’arte pubblica nasce dall’impulso primordiale dell’essere umano di urlare al mondo: “Io sono stato qui”.

È un arco temporale di oltre 60.000 anni quello tracciato in questa rassegna, dalle prime mani stencilate sulle pareti delle caverne preistoriche e le incisioni della Val Camonica, fino ai graffiti politici di Pompei e alle metropolitane saturate di tag di Harlem e del Bronx.

Il filo rosso: la democratizzazione della parete


Perché Giotto? La risposta è un'illuminazione storico-critica d'impatto.

Quando Giotto di Bondone affresca la Cappella degli Scrovegni o la Basilica di San Francesco ad Assisi, compie una rivoluzione mediale: strappa il sacro dai codici miniati riservati a pochi e lo porta sulla superficie pubblica del muro, alla portata degli occhi di chiunque, letterati e analfabeti.

Con lo stesso rigore narrativo e la medesima urgenza di ingaggio popolare, l’arte urbana contemporanea si riprende la strada come galleria democratica priva di biglietto d'ingresso. E forse è anche per questo che l’ingresso alla mostra è gratuito.

Un percorso immersivo tra memoria e underground


L'allestimento del Mo.C.A. gioca abilmente sul contrasto tra l’architettura istituzionale primo-novecentesca e le installazioni viscerali della street art.

Tanti i momenti clou dell’itinerario visivo, e primo tra questi sicuramente la ricostruzione a grandezza naturale di un vagone della Subway di New York anni '80, ricoperto di scritte e adv d'epoca, trasporta l'osservatore direttamente nella culla della cultura Hip Hop.

A riavvolgere il nastro della macchina del tempo contribuiscono anche l’esposizione di CD e vinili, con le loro copertine, e una sezione documentaria impeccabile ricca di fotografie storiche, locandine e rari filmati d'epoca (da Wild Style a Style Wars).

Tanti gli artisti presenti, da Nick Walker e Blub fino a Spice (figura di spicco della scena Oceanica esposta qui per la prima volta in Europa) e maestri della scena italiana come Alice Pasquini, Flycat e Maupal.

Il verdetto

Giotto era il nonno di Banksy” non si limita a celebrare i grandi nomi del bombing o dello stencil. Fa qualcosa di più raro: restituisce allo spazio pubblico la sua dignità archetipica.

Ci ricorda che dipingere su un muro non è mai stato un semplice atto estetico o un vandalismo isolato, ma la forma più pura, ancestrale e inarrestabile di narrazione collettiva.

Una mostra imperdibile, colta pur rimanendo accessibile a chiunque, capace di far battere il cuore tanto agli storici dell'arte quanto ai ragazzi cresciuti con una bomboletta in mano.