Percorrendo la Via del Guerriero

In questi ultimi anni c'è stata una notevole variazione nei modi di insegnare e quindi, di conseguenza, di apprendere molte discipline artistiche, tecniche e quant'altro.
Ovviamente anche le arti marziali non sono indenni da questo cambiamento, anche se parliamo di arti marziali tradizionali, il cui modo di apprendimento era in qualche modo definito, per quanto poi possa esserlo effettivamente da decenni o da secoli.
E’ bene dire subito che le antiche scuole marziali non sono un monolite immutabile; ciascun insegnante, oggi come ieri, ha il suo modo di trasmettere, ha le sue preferenze, ha le sue antipatie, ha i suoi obiettivi e fa le sue scelte. Ma, di fatto, possiamo dire che, fatte salve queste distinzioni, c'era sicuramente una linea di trasmissione abbastanza definita.
Uno dei cambiamenti più evidenti, se così possiamo definirli, è che fino a pochi anni fa era l'allievo che cercava il maestro, faceva di tutto per essere accettato come allievo, si sottoponeva anche a delle prove di iniziazione abbastanza pesanti, e l'essere ammesso alla scuola era tutt'altro che scontato.
Oggi, per certi aspetti, è vero il contrario.
Nella maggior parte dei casi, l'insegnante deve - se non sostenere sé stesso - quantomeno le spese che sopporta la scuola: se ha una sede fisica, le forniture di energia elettrica, di acqua e quelle che possono essere spese di cancelleria, imposte, tasse e altri oneri burocratici. Se parliamo di una scuola di arti marziali, immaginiamo affiliazioni, tesseramenti, assicurazioni, pulizie della sede e quant'altro. Insomma, l'insegnante spesso deve essere più un general manager che un insegnante.
Ora, con buona pace di quelli che possono essere i ricordi dei bei tempi andati e le esagerazioni fatte un po' per impressionare gli allievi, per indicare come in qualche modo l'apprendimento veniva vissuto in altri tempi e in altri luoghi, vi riporto due brani. Il primo è tratto dal Lieh Tzu (letto anche come Liezi), un testo del canone taoista; il secondo è un avvertimento che veniva fornito a coloro che desideravano partecipare a dei corsi presso lo Hombu Dojo della Daito-ryu Aikibudo ad Abashiri, in Giappone.
In un modo e nell’altro il metodo didattico è: ripeti finché non impari; e questo mi riporta alla mente quello che diceva mio nonno, che era fabbro, un fabbro ferraio, che mi ammoniva spesso dicendo:
"Il mestiere si ruba con gli occhi. Non c'è nessuno che te lo insegni"
Sta a te, se vuoi imparare, cercare di fare tesoro di tutte le possibilità che ti vengono offerte, senza aspettarti che il tuo insegnante, il tuo maestro, il tuo mentore ti spiani la strada.
Può sembrare cattivo, può sembrare crudele.
Oggi abbiamo la mentalità del "pago e pretendo".
Beh, non funziona così. Non funzionava così allora e di fatto, non funziona così neanche oggi, almeno per quello che riguarda le discipline tradizionali.
Il corrispondere un contributo mensile, una quota di iscrizione, non dà diritto a nient'altro che a partecipare alle lezioni.
Perché, come insegna un detto di un canone orientale — anche qui — si può portare il bue assetato al fiume, ma se il bue non vuole bere, morirà di sete.
E’ ovvio che c'è sempre una parte teorica, ma è altrettanto vero che si impara a cucinare cucinando, si impara a guidare un'autovettura guidando, e si impara a fare jujitsu praticando jujitsu; sbagliando, rivedendo i propri errori, correggendoli, in un lavoro che, in altri percorsi, come quello alchemico, si direbbe:
"Solve et coagula", in maniera costante.
Insomma, il vostro insegnante può sembrare cattivo, ma in realtà vi sta solo spronando a dare il meglio.
Recensione del Lieh Tzu:
Informazioni sul Daito Ryu Aikibudo:

© Creato con systeme.io