Sacrificio non vuol dire sofferenza

Sacrificio non vuol dire sofferenza

Quando pensiamo al sacrificio, la prima immagine che ci viene in mente è spesso quella del dolore o della privazione. In realtà, sacrificarsi non significa soltanto sopportare fatica o rinunciare a qualcosa: significa soprattutto dare valore, trasformare un’azione quotidiana in un gesto carico di senso.

Preparare con cura un pasto, dedicare tempo a una persona cara, prendersi un impegno con costanza: sono tutte forme di sacrificio che non tolgono, ma arricchiscono. Il vero sacrificio, dunque, non è soltanto sofferenza, ma un modo per rendere sacro il nostro tempo, i nostri spazi e le nostre relazioni.

Il termine "sacrificio" deriva dal latino sacrum facere, che significa letteralmente "rendere sacro" o "fare un'azione sacra". In origine, indicava un rito religioso con cui beni o esseri venivano dedicati a entità sovrumane per renderli sacri. Oggi il termine ha ampliato il suo significato e viene usato per indicare anche uno sforzo, una rinuncia o un atto di dedizione compiuto in vista di un fine o per il bene di altri.

Il significato originario

Il senso etimologico di "rendere sacro" implica che, attraverso il gesto del sacrificio, un oggetto o un essere veniva strappato dalla sfera profana e consacrato al divino. Ma oggi, nel linguaggio comune, la parola "sacrificio" ha perso l'accezione strettamente religiosa, ma ha mantenuto l'idea di un atto volontario di dedizione, che può essere declinato in modi diversi.

Può prevedere una rinuncia, ovvero perdere qualcosa di prezioso (tempo, risorse, comodità) per raggiungere un obiettivo; può comportare uno sforzo, il sostenere un impegno notevole, che implica fatica, in vista di un risultato desiderato oppure può necessitare di offrire il proprio impegno o le proprie capacità per il bene di un'altra persona, di un progetto o di un ideale.

Il significato del sacro

Il termine "sacro" deriva dalla radice indoeuropea sak- e dal latino sacer, che significa "dedicato a una divinità, separato, temibile". Il suo significato si è poi ampliato per indicare ciò che è venerabile, ma anche ciò che è esecrabile o "maledetto". Dal latino sacer derivano termini come il sacerdote (sacerdos) e il sacrificio (sacrificium).

La radice indoeuropea sak- esprimeva un concetto di "separazione" o "dedizione", trovando corrispondenze in altre lingue antiche. In latino arcaico la forma sakros è attestata, ad esempio, sul Lapis Niger, una iscrizione romana del VI secolo a.C. e da sakros si è sviluppato il termine sacer, che indicava sia ciò che era consacrato a una divinità e perciò separato dal mondo comune, sia ciò che incuteva un senso di timore e venerazione.

Sacrificarsi per eccellere

Da questo punto di vista, possiamo immaginare un sacrificio come un atto che ci richiede di rinunciare a qualcosa di tangibile o di immateriale, al fine di ottenere un risultato desiderato. Ad esempio, potremmo rinunciare a trascorrere ore a scrollare sul nostro smartphone e dedicare il tempo risparmiato all’ascolto di podcast o video didattici; potremmo limitare la visione dell’ennesima serie TV letture e dedicarci ad attività ginniche che migliorino il nostro stato fisico; potremmo ridurre la presenza sui social e migliorare le interazioni con gli amici in carne e ossa, e così via.

Rendere sacro quindi come atto di separare, di scegliere di valutare con attenzione e sincerità cosa è meglio per noi e per il nostro futuro..